Quando i Celti arrivarono a Monselice (9/11/2019)

Quando i Celti arrivarono a Monselice

Che impatto culturale ebbero i Celti sui popoli italici e, nello specifico, sui Veneti antichi e dunque anche sul nostro territorio? A esaminarlo è I Celti e il Veneto – Storie di culture a confronto, pubblicazione di Giovanna Gambacurta e Angela Ruta Serafini con un contributo di Federico Biondani. Uscito nel 2017, il libro avrà presto una nuova edizione, è stato presentato in Loggetta sabato 9 novembre 2019 alle ore 16 nell’ambito di una conferenza promossa dalla Biblioteca di Monselice.

I temi legati ai Celti negli ultimi anni hanno guadagnato l’attenzione di diverse ricerche e iniziative di divulgazione. Elementi della tradizione culturale celtica sono stati tirati in ballo persino nell’arena politica, e non senza distorsioni interpretative. Il volume di Gambacurta e Ruta Serafini propone invece un’analisi rigorosa e strutturata, pur condotta attraverso una chiarezza espositiva volta a favorire la comprensione anche dei non addetti ai lavori. Proprio in quest’ottica il testo è arricchito da un importante apparato illustrativo, che include fotografie di reperti, raffigurazioni schematiche, mappe e alcuni splendidi disegni esplicativi.

L’opera tenta di capire come i Veneti antichi si siano confrontati con i Celti, individuando soluzioni per assicurare il controllo e la gestione del proprio territorio e introducendo innovative forme di integrazione per gli stranieri. All’epoca la nostra regione, come si evince da un trattato dell’autore greco Pseudo-Scymno di Chio, era considerata una terra densamente abitata, fertile e produttiva, ma dal clima umido e attraversata d’estate da improvvise e violente perturbazioni. Tra VI e la metà del V secolo a. C. fanno la loro comparsa qui motivi decorativi di carattere celtico: un esito riconducibile senza dubbio ai rapporti commerciali esistenti. Partendo da queste considerazioni, le autrici mettono in evidenza nei nove capitoli in cui è suddivisa l’opera i principali momenti dell’incontro tra Veneti antichi e stirpi celtiche: da quelli caratterizzati dal dialogo a quelli di tipo conflittuale.

Nel VI secolo a. C. (età del Ferro) la cultura locale si contraddistingue per un linguaggio compatto e omogeneo sia in fatto di costume, sia nelle produzioni ceramiche e metallurgiche, sia sul piano valoriale. La novità costituita dall’arrivo di armi, nomi, fibule, orecchini celtici è segno di cambiamenti del gusto e forse della società. Tutti questi indicatori sono riportati nelle carte di distribuzione presenti all’inizio di ogni capitolo e corredati in appendice del libro dalle liste analitiche con i rinvenimenti. Vengono così poste in rilievo le importazioni lungo significative direttrici di traffico e la capacità locale di elaborare modelli provenienti dall’esterno.

Giovanna Gambacurta spiega nel primo capitolo che sullo scorcio del VI secolo l’area che va dall’Adige alle Dolomiti presenta un radicato sistema di città e villaggi all’interno del quale svolgono un ruolo di primaria importanza Este e Padova. Sono invece luoghi di passaggio lungo i tracciati commerciali parecchi altri centri tra i quali Montagnana, Oppeano, Gazzo Veronese. L’economia è florida, i mercanti si riforniscono di metalli e ambra e instaurano contatti con gli etruschi, incontrando sulle strade i colleghi stranieri in cerca di cavalli, stoffe, manufatti, prodotti agricoli. Inizia quindi ad affermarsi l’impiego delle fibule di tipo Certosa, che servono per fissare abiti e mantelli e sono diffuse un po’ ovunque nella penisola italica.

Seguiranno le fibule di gusto celtico. Sono proprio questi accessori, spesso parte dei corredi femminili, a informarci dei primi incontri con il mondo celtico. E la conferma è l’arrivo a Padova di un certo Tivalio Bellenio, il cui doppio nome rivela l’origine celtica (l’iscrizione è stata trovata su un ciottolone rinvenuto nella necropoli del Piovego). Risale inoltre al periodo compreso tra il V e il IV secolo a. C. una serie di documenti contenenti i nomi dei discendenti di questo personaggio, a testimonianza dell’integrazione di una famiglia di stirpe celtica nelle classi più elevate della società patavina.

Nel V secolo a. C. tramite le vallate dell’Adige e del Piave, che collegano al centro Europa, cominciano a giungere piccoli gruppi legati a varie tribù celtiche, che si affiancano alla popolazione locale. Gli oggetti di ornamento offerti nei santuari tra IV e III secolo provano la graduale inclusione degli stranieri nella realtà del posto. Dal III secolo, quando l’introduzione della moneta anche in Veneto trasforma l’economia, fino al I secolo a. C., in Cadore e non solo risultano numerose le attestazioni onomastiche con influssi chiaramente celtici. Con l’avvento di Roma le città della regione, prima molto autonome, verranno poi inserite in un sistema centralizzato e uniforme.

Nel capitolo 6, intitolato Il tempo dei guerrieri e dedicato al periodo 200-130 a. C., Angela Ruta Serafini illustra in particolare la progressiva espansione delle tribù dei Cenomani nella pianura tra Tartaro e Adige nonché i loro tentativi di spingersi oltre, come dimostrano i siti di Megliadino San Fidenzio e Arquà Petrarca. Quest’ultima è evidentemente considerata strategica, per la sua posizione tra Este e Padova e a ridosso del prezioso bacino termale euganeo. Proprio nelle necropoli celtiche di San Fidenzio e Arquà è documentata una rilevante novità nell’ambito della ritualità funeraria: agli armati viene concesso il privilegio dell’incinerazione.

Si tratta complessivamente di un lavoro molto interessante. Le brillanti chiavi di lettura e il metodo utilizzato dalle autrici nell’analizzare le informazioni disponibili possono dare un considerevole impulso a futuri studi. Non mancano i punti di contatto con l’attualità su temi come gli scambi, le migrazioni, l’identità, l’etnicità. L’appuntamento con la presentazione del volume è per sabato 9 novembre alle ore 16 in Loggetta. Il programma prevede i saluti dell’assessore alla Cultura Andrea Parolo e dell’archeologa Chiara Destro (associazione Lapis, che gestisce il Museo SanPaolo di Monselice), la relazione delle autrici e la proiezione di immagini. L’ingresso è libero.

Durante l’evento le autrici hanno avuto modo di citare anche la stele funeraria di Ca’ Oddo, importante reperto recante un’iscrizione venetica databile tra la fine del V e l’inizio del IV secolo a. C., e la necropoli scoperta tra Arquà e Monselice, alle falde del Montericco, legata a una comunità di origine celtica.

In collaborazione con l’associazione Lapis