Ester Besusso commenta il III canto del Purgatorio dove si narra la triste storia di Manfredi di Svevia

Nel III canto del Purgatorio Dante e Virgilio entrano in contatto con Manfredi di Svevia. Figlio di Federico II di Svevia e Bianca Lancia. Alla morte del padre, a Manfredi venne affidata la reggenza della Sicilia e dell’Italia meridionale fino all’arrivo del fratellastro Corrado IV dalla Germania. Morto anche quest’ultimo Manfredi mantenne la reggenza al posto del figlio dell’imperatore, Corradino, troppo giovane per regnare. A causa di ciò, egli entrò in conflitto con la Chiesa per il dominio del regno di Napoli che il papato considerava come proprio feudo, in quanto, il papa Innocenzo IV , essendo tutore di Corradino, era il legittimo erede di tale possedimento. Manfredi fu così scomunicato e la lotta con la Chiesa ebbe inizio. Solo con l’intervento di Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, Manfredi venne sconfitto e ucciso nella battaglia di Benevento. Dante lo colloca nell’Antipurgatorio e ne fa protagonista del III canto della II cantica. Dopo che i due poeti hanno incontrato le anime dei morti in contumacia sulla spiaggia del Purgatorio, una di queste si fa avanti e chiede a Dante se lo abbia mai visto. Quest’ultimo lo osserva e lo descrive come un uomo biondo, bello e di aspetto nobile, con un ciglio diviso in due da una ferita. Dopo che Dante ha negato di conoscerlo, l’anima mostra una piaga sul suo petto e si presenta come Manfredi. Una volta presentatosi egli chiede a Dante di comunicare alla figlia Costanza che è salvo: afferma infatti di essersi pentito in punto di morte dei suoi orribili peccati. Attraverso la collocazione in Purgatorio di Manfredi e il decoro della sua figura e della sua dinastia Dante vuole inviare al lettore più messaggi. Innanzitutto, Manfredi incarna il perfetto cavaliere, espressione di quella cortesia le cui norme per Dante rappresentano il più alto codice di comportamento civile: è bello, prode, di nobile discendenza e nobile d’animo. Dante si servì di Manfredi, “nepote di Costanza imperadrice” ,anche per onorare la dinastia sveva portatrice dell’idea di impero che per il poeta è l’ideale di ordine, giustizia e unità. Infatti Manfredi non nomina il padre, nel nome del quale ha pur combattuto e riportato le due ferite mortali, poiché dannato tra gli epicurei, nomina invece, con una significativa scelta “patrilineare”, la madre di Federico, beata in Paradiso, quasi a rammentare la sacralità storica dell’Impero. Infine, la salvezza di Manfredi, scomunicato e marchiato dalla storiografia guelfa dei delitti più orrendi, è un monito sia all’intransigenza della Chiesa, che tendeva a porre la propria legge al di sopra della misericordia di Dio (orribil furon li peccati miei; ma la bontà infinita ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei), sia alle superficiali congetture della gente comune, facile a dimenticare l’interiorità della coscienza, dove avviene il pentimento, e a pronosticare la collocazione ultraterrena solo sulla base del comportamento esteriore

Dante, attraverso la figura di Manfredi, mostra con un esempio clamoroso e inatteso come la giustizia divina segua vie imperscrutabili e possa concedere la salvezza anche a un personaggio «scandaloso» come il re siciliano, morto di morte violenta dopo essere stato scomunicato e colpito da una violenta campagna diffamatoria della pubblicistica guelfa. Il suo caso si collega a quello, altrettanto sorprendente, di Catone l’Uticense custode del Purgatorio, nonché alla salvezza del poeta pagano Stazio e dell’imperatore Traiano che Dante incontrerà tra i beati del Paradiso.

 

 

 

Lunedi 14 giugno 2021 sui canali social della biblioteca