Martedì 17 febbraio il gruppo di lettura “La strada di Mattoni Gialli” si è confrontato sulla lettura condivisa di La vegetariana di Han Khang. L’incontro si è aperto con l’approfondita sintesi della trama proposta da Ornella, che ci ha aiutato a ripercorrere i passaggi fondamentali del romanzo e a mettere a fuoco i nodi centrali della vicenda.
Il libro è piaciuto a tutti, anche se ci ha lasciati profondamente confusi. Proprio questa confusione è diventata uno degli elementi più interessanti della discussione: ciascuno di noi ha colto un aspetto diverso, interpretandolo come il possibile fulcro del messaggio dell’autrice.
Abbiamo riconosciuto nel testo un potente romanzo psicologico, che racconta la malattia mentale nel suo manifestarsi silenzioso e progressivo. La protagonista vive al confine tra conscio e inconscio; parla attraverso i suoi sogni, che diventano il luogo in cui emergono traumi, paure, visioni. È una figura estremamente sensibile, chiusa, fragile: il suo ritiro dal mondo appare come un lento scivolare in una dimensione altra, incomprensibile a chi le sta accanto.
È emerso subito il tema del patriarcato, sia nella dimensione familiare sia in quella più ampia della società coreana, dalla quale la protagonista sembra voler fuggire o ribellarsi. La cultura coreana ci è apparsa lontana, rigida, fortemente gerarchica; eppure, riflettendo, non così distante da alcune realtà italiane o dall’Italia di cinquant’anni fa. Questo parallelismo ha reso la lettura ancora più attuale e inquietante.
Abbiamo riflettuto a lungo sulla figura della protagonista: sulle sue idee, sulle sue fragilità, sulle sue paure. Aveva paura della vita? O della morte? O forse di entrambe? La sua scelta non sembra orientata a un desiderio esplicito di morire, ma piuttosto a una trasformazione radicale: diventare altro, farsi vegetale, albero, sottrarsi alla condizione umana.
Da qui è nata una riflessione delicata e profonda sul tema dell’eutanasia e dell’autodeterminazione: di chi sono i nostri giorni? Appartengono a noi, al nostro corpo, alla nostra volontà? O alla famiglia, alla società, alle regole che ci tengono dentro un sistema? Nel romanzo la protagonista non formula mai una richiesta esplicita di morte, ma la sua progressiva rinuncia al nutrimento interroga chi le sta intorno e anche noi lettori. Dove finisce la libertà individuale e dove inizia la responsabilità degli altri? È possibile rispettare una volontà che nasce dentro una malattia?
La sua ribellione ci è apparsa soprattutto interiore: non ha la forza di scardinare apertamente il sistema, è troppo fragile, ma tenta una sottrazione silenziosa e radicale, usando il proprio corpo come unico spazio di libertà.
Il corpo, infatti, è centrale nella vicenda: è il mezzo attraverso cui comunica, protesta, si oppone. Anche il gesto di spogliarsi è stato interpretato come espressione della sua immedesimazione con il mondo vegetale, del suo desiderio di farsi albero. Nel romanzo il corpo diventa campo di battaglia e linguaggio, in una società fatta anche di silenzi e di violenze – esplicite e implicite – che denunciano strutture maschiliste e gerarchiche.
Molti di noi si sono sentiti lontani dai personaggi maschili, percepiti come incapaci di comprendere e di mettersi in discussione. Più articolata è stata la riflessione sulla sorella: inizialmente assorbita dai problemi quotidiani, sembra non cogliere fino in fondo il disagio della protagonista. Tuttavia è l’unica figura che attraversa un vero processo evolutivo. Non riesce a recuperare il rapporto con la sorella, comprende che lei “doveva spiccare il volo”, ma potrebbe maturare la consapevolezza di crescere un figlio maschio diverso, migliore. È una speranza fragile, ma concreta.
Nella parte finale dell’incontro ci siamo messi nei panni dei protagonisti. Li abbiamo in parte assolti, ponendoci una domanda scomoda: se capitasse a noi, sapremmo riconoscere i segnali della malattia mentale? Saremmo in grado di farcene carico prima che prenda il sopravvento e ci porti via una persona cara? E ancora: sapremmo distinguere tra una scelta lucida e una richiesta che nasce dal dolore psichico? È stato un seme lanciato, che ha spostato la riflessione dal giudizio alla responsabilità.
Abbiamo ricordato, infine, il riconoscimento internazionale ricevuto da Han Kang, letto da molti come un atto anche politico: un premio che consacra un’autrice coraggiosa, capace di raccontare la propria terra e la condizione drammatica delle donne in Corea del Sud con una scrittura intensa, destabilizzante e profondamente necessaria.
Un incontro ricco e partecipato, in cui la pluralità delle interpretazioni ha confermato la forza di un romanzo che continua a interrogarci anche dopo aver chiuso l’ultima pagina.
